Pensieri circolari

se i pensieri vanno dritti spesso sbagliano mira

09/02/19

Donne che ammazzano chi le minaccia ...

Per evitare la violenza alle donne non basta dare alle donne la possibilità di ammazzare chi le minaccia come ho letto.
Il porto d'armi in Italia lo può prendere chiunque lo voglia, basta avere come motivo anche solo la difesa personale, dimostrando di essere in grado di usare le armi e di non essere fuori di cucuzza e, per altro, conosco casi di persone che pur non avendo motivi specifici ne erano in possesso. E non a caso buona parte delle donne ammazzate con arma da fuoco sono colpite da persone come guardie giurate e poliziotti che hanno una pistola con porto d'armi.
Per altro come buona parte degli aggressori sanno bene, per uccidere una persona basta un bel coltellaccio affilato che tutti abbiamo in bella vista nelle nostre cucine pronto all'uso, anche delle vittime di aggressioni.
Non è la mancanza di armi che fa soccombere le vittime, spesso è la loro incapacità a difendersi non tanto fisiologica quanto psicologica.
Una donna che accetta una relazione con uno che poi potrebbe farle violenza è la prima che mette a repentaglio la propria vita. Se poi soccombe non è certo colpa sua, ma se le donne (e gli uomini) evitassero di dare spago ai violenti e la società educasse le persone (maschi e femmine) ad evitare la violenza, forse i violenti sarebbero un po' più propensi a ricredersi.

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22/11/13

L'inconscio maschilismo di molt* femminist*.

Il vero problema per un riequilibrio tra i generi è culturale, talmente radicato nel profondo che anche chi si impegna per raggiungerlo inconsciamente lo nega.
In un testo dal titolo "Questione maschile e crisi del welfare" di Davide Serafin proposto dal sito di Pippo Civati (http://www.civati.it/questione-maschile-e-crisi-del-welfare/) che vorrebbe riscattare le donne dalla loro condizione di difficoltà a un certo punto c'è scritto "E in mancanza di servizi sociali adeguati, la donna resta chiusa in un gioco a somma zero che dissuade dall’attività lavorativa (per ragioni di disponibilità di tempo – quel tempo destinato al lavoro di cura – e di paghe non allineate a quelle degli uomini)." che dà per scontato che le donne hanno maggiore disponibilità di tempo (Dio solo sa perché) e che il lavoro di cura sia intrinsecamente una questione femminile. Il bello è che dopo auspica una "genitorialità effettivamente condivisa fra madre e padre" ma evidentemente inconsciamente perfino chi scrive un testo così dà per scontato che la cura spetta alla donna per cui la mancanza di servizi non dissuade il maschio dall'usare il suo tempo nell'attività lavorativa ma la femmina, solo perché teoricamente la donna guadagna di meno ma ha molto più tempo a disposizione.
Forse se il maschio usasse il suo tempo per la cura sarebbe lui a guadagnare di meno e avrebbe più tempo a disposizione. Di solito le donne guadagnano meno perché accettano/cercano lavori meno assorbenti per avere modo di dedicarsi al lavoro di cura. Se fossero gli uomini a dedicarsi alla cura sarebbero loro a guadagnare meno. Ma se le donne stesse danno per scontato che la cura è questione loro figurarsi se gli uomini osano scardinare questo assioma.
Serafin avrebbe potuto scrivere "E in mancanza di servizi sociali adeguati, la famiglia si trova costretta a scegliere chi si dedica alla cura e finisce che le donne si trovino costrette anche per usi e costumi consolidati che condizionano sia gli uomini che le donne a rinunciare a lavorare o ad accettare lavori con paghe non allineate a quelle degli uomini per avere maggior disponibilità di tempo – quel tempo destinato al lavoro di cura." evidenziando che i retaggi culturali spesso riportano alle solite scelte senza dare per scontato che tali retaggi siano inesorabili.
Se in una coppia lui rimanesse a casa e lei facesse un lavoro che assorbe tempo ma che è ben retribuito guadagnerebbe lei di più. Se lui impiegasse il suo tempo alla cura e lei lo dedicassi al lavoro lasciando a lui le menate e le sveglie notturne sarebbe lui a guadagnare di meno. Ma spesso succede che è lei a farsi dei crucci se non riesce a gestire figli, casa, lavoro, mica lui. E il brutto è che questa cosa spesso fa parte del patto di coppia, lui ha messo su famiglia con lei perché sapeva che lui poteva contare sul lavoro di cura di lei, e riequilibrare la cosa in seguito è decisamente più complicato perché richiede una ricontrattazione, una sorta di tradimento del patto iniziale. Proprio per questo è fondamentale che siano le ragazze a cambiare mentalità, ma non singolarmente perché altrimenti quelle che risultano disponibili a tutto, quelle che fin da ragazzine promettono di dedicarsi alla cura incondizionata di ragazzi magari un po' più vecchi di loro sono troppo più appetitose per gli uomini di quelle che vogliono una parità sia di relazione che di rapporto. Devono essere le donne per prime che si prendono cura di far capire che l'equilibrio è necessario sia per i maschi che per le femmine alle ragazze, prima che sia troppo tardi anche per la prossima generazione. E i pochi maschi che sono riusciti ad estirpare dalla loro testa l'idea assorbita con il latte materno di essere solo oggetti di cura hanno il ciclopico compito di convincere i ragazzi che la cura è una cosa preziosa anche per chi la presta, da rivendicare anche con le ragazze affascinate del bell'ombroso un po' bambinone e tanto macho che mai e poi mai si prenderà cura di loro o della loro vita.

P.S. Devo per altro dare atto che nella pagina ( http://www.civati.it/portfolio-type/la-questione-maschile-2/) del sito di Civati c'è la bella frase "Il Pd deve assumere con decisione il tema del welfare, intendendolo come un servizio alle persone e alle famiglie e non alle donne; deve promuovere per tutti, donne e uomini, forme di dis-organizzazione del lavoro – dalla flessibilizzazione alle postazioni in remoto – che rendano più prossimi lavoro e vita;"

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23/09/10

Burqa

A me le donne con il velo, e ancor più il burqa, fanno tristezza ma penso che se vogliono mettersi il burqa siano libere di farlo come chi vuole mettersi la minigonna.
Cosa pensereste se una tribù africana che gira tutto il giorno nuda imponesse agli antropologi che la vanno a studiare di mettersi nudi se vogliono stare nel villaggio?
E non si dica che è un problema di sicurezza perché allora si devono proibire i caschi integrali o le sciarpe negli stadi. La legge afferma che non ci si può nascondere ma poi in molte situazioni la cosa non viene fatta rispettare (vedi Carnevale di Venezia, tifosi allo stadio, caschi integrali e passamontagna e mute per il freddo).
Ma siamo sicuri che proprio tutti i mariti impongano alle loro mogli il burqa, come se fosse inconcepibile che qualcuno possa mettersi un velo in testa di sua spontanea volontà?
O forse non è che mogli e mariti si limitano a sottostare a tradizioni che non vogliono mettere in discussione. Quante anziane donne sarde ancora tengono il velo nero quando escono non perché glielo impone il marito ma magari proprio per il lutto per il marito morto? Nessuno teoricamente lo impone, eppure ... e se qualcuno imponesse loro di levarsi il velo come vivrebbero la cosa? Non si sentirebbero forse violentate dal non poter mettere il velo nero? Ricordo che molte suore tengono il velo per loro scelta e se lo perdono si sentono più nude che Belen con le tette al vento.
E se anche molte donne mettono il burqa solo per una tradizione (e non necessariamente perché il marito glielo impone con la forza visto che le vedove si tengono il burqa pur non avendo più il marito) arrivo a pensare che alcune donne col burqa lo considerino una forma di protezione che evita loro di doversi confrontare con le altre donne sul piano estetico.
Torno a ribadire che ritengo il burqa (ma anche il velo) una cosa triste e brutta, ma se è per quello trovo ancora più brutto vedere certe persone orribilmente grasse o magre ma non per questo penso di proibire alle persone obese di presentarsi in pubblico e le costringo a chiudersi in casa come potrebbe succedere alle donne che vogliono tenere il burqa. Eventualmente, se non è una loro scelta, farò di tutto per liberarle ma non costringendole a trovarsi schiacciate tra due obblighi opposti che raddoppiano la violenza subita.
Se voglio evitare che qualcuno imponga ad altri di fare le cose non posso mettermi io ad imporre di fare il contrario. Quello che posso fare è intervenire su chi impone la propria volontà agli altri. Altrimenti sarebbe come se per evitare la schiavitù facessi una legge che proibisce alle persone di farsi schiavizzare invece di perseguire chi schiavizza. Pura ipocrisia.
Per l'infibulazione la cosa è più grave anche se analoga. Non è certo punendo chi viene infibulata che si risolve la questione. L'intervento deve essere di ben altro tipo, intervenendo su chi impone l'infibulazione.
Inoltre bisogna osservare che l'infibulazione non viene fatta a donne ma a bambine che come tali devono essere difese come tutti i minori e quindi il problema è ben diverso. Se una donna accettasse di farsi infibulare penso che sarebbe libera di farlo come le persone che si fanno piercing o interventi simili anche menomanti. Se invece una donna viene costretta con la forza a farsi operare ovviamente dovrei perseguire chi la costringe e non potrei certamente accontentarmi solo di proibire l'operazione, magari arrivando a perseguire la donna che oltre ad avere subito l'operazione con la forza si trova anche a subire la persecuzione per avere agito illegalmente.
Queste imposizioni molto spesso sono una violenza bella e buona su una vittima che non sa o non ha la forza per difendersi e che non trova neppure chi la difende.
Non mi pare che nessuno abbia mai messo un divieto agli schiavi di sottomettersi per abolire la schiavitù ma eventualmente si è pensato di punire chi riduceva gli altri in schiavitù. Così non è proibendo alle donne di mettere il velo che le si libera, ma punendo chi costringe le donne a fare ciò che non vogliono.
Se non si riesce a distinguere tra la vittima e il carnefice e invece di prevedere delle pene per i carnefici che costringono altri a fare ciò che non vogliono si pensa di risolvere tutto, proibendo alle vittime di subire le violenze non faccio che adottare una "bellissima" iniziativa del tutto ipocrita che non fa che aumentare la vessazione nei confronti delle vittime. Forse che una donna che non mette il burqa perché la legge lo vieta non verrà corrosa dall'acido che il marito le tirerebbe addosso? O invece non è più facile che eviti di essere ferita se si mette a parlare civilmente col marito invece che a sfidarlo per rispettare la legge impostale da dei benpensanti occidentali.
E se proprio si ritiene un problema di sicurezza avere persone col viso coperto si può fare una legge come in Italia che proibisce di coprirsi il volto in pubblico e quindi non serve una legge apposta per il burqa ma servirebbe, nel caso, al contrario affermare nella legge che a carnevale siamo tutti buoni e quindi nessuno col viso coperto è pericoloso e si può andare in giro mascherati, anche col burqa. Ma se non si scrive questo bisognerebbe essere coerenti e impedire alle mascherine di girare per le calli.
Se invece non si ha una legge per qualsiasi travisamento vuol dire che in quel paese le persone a viso coperto non sono considerate un problema e quindi non ha senso fare una legge per il burqa.
Contrariamente a chi vuol perseguire chi mette il burqa o il velo sarebbe da perseguire chi impone agli altri come vestirsi (che sia il marito con la moglie ma anche il capufficio con i dipendenti o chi scrive a regolamento che l'uscere del Parlamento deve impedire a chiunque di entrare senza giacca e cravatta. Io per pratica e per principio non metto la cravatta (non l'ho messe neppure al mio matrimonio) ma per questo motivo mi viene impedito di assistere al momento che dovrebbe essere più alto della democrazia in Italia, le sedute parlamentari. Se fossi donna (o travestito) non avrei problemi a vestirmi come mi pare, ma essendo identificato come maschio mi viene imposta la giacca e la cravatta per poter entrare nell'aula. Suppongo che se mi vestissi da sacerdote nessuno mi richiederebbe giacca e cravatta ma se arrivassi vestito da mullah penso che mi caccerebbero come se vado vestito da normale cittadino che va a lavorare.

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22/07/09

Per mettersi in mezzo. (7)

21/7/09
Ieri sera era prevista una riunione di condivisione tra i due gruppi di volontari che convivono nel villaggio. Uno è il gruppo a cui partecipo io che è formato solo da italiani e l'altro invece è formato da nordamericani.. I due gruppi lavorano coordinati dividendosi i diversi compiti di accompagnamento e scorta. Purtroppo è più facile far fare pace agli altri che fare pace con chi si ha vicino. Tra i due gruppi c'è un po' di tensione e una delle due americane presenti ha condiviso la cena scrivendo per tutto il tempo al computer. Alla riunione degli italiani che è seguita ci siamo detti un po' come stiamo. Qualcuno è stanco, i ragazzi che stanno con i bambini sono un po' delusi perché non si sentono valorizzati, io sono un po' scocciato di sentirmi continuamente dire come dovrei essere vestito e come dovrei comportarmi con gli uomini e con le donne. Ci sto facendo un po' le misure ma è veramente noioso dopo aver “lottato” per una vita per vedermi riconoscere il diritto di essere vestito male come voglio adesso mi trovo costretto da un mare di regole e norme a comportarmi in maniere che trovo assurde per non scandalizzare le persone del luogo.
Alla fine della riunione bisogna decidere i compiti per l'indomani. Mi chiedono se ho voglia di andare in un villaggio a un'ora di cammino dal nostro villaggio per fare da testimoni nel caso la polizia intervenisse presso dei palestinesi che vogliono costruire. Si sa che si deve partire presto ma non si sa quando si ritorna. Io mi preoccupo a stare sotto il sole diretto del deserto per troppe ore. Già la volta scorsa quando sono tornato nel primo pomeriggio dopo la mattina ad accompagnare pastori mi sentivo in ebollizione e la pelle delle mani, nonostante la crema protezione 50, cominciava ad essere arrossata col rischio di farmi stare male per i giorni successivi. Condivido questa mia preoccupazione perché non vorrei creare problemi il giorno dopo a chi è con me a svolgere il mio compito. Mi sembra che Fra sia preoccupato ma Miki insiste perché ci vada io invece di lui. Non so se lo fa perché vuole lasciarmi la possibilità di vivere l'esperienza (anche se non ambisco più di tanto di trovarmi nei casini) o perché non ha voglia di passarsi una giornata a cuocere. Alla fine rimaniamo d'accordo io e Fra: sveglia alle 6 e partenza alle 7.
La notte cambio di nuovo posto, mi metto in un punto un po' ventoso, fuori nello spiazzo con i tappi per le orecchie. Durante il giorno infatti non si sente un cane abbaiare ma durante la notte si scatena il finimondo. Ogni mezz'oretta i cani cominciano ad abbaiare e vanno avanti per parecchio rispondendosi con l'intermezzo saltuario degli asini che ragliano e l'accompagnamento mattutino dei galli e di uno stormo di passeracei che ha pensato bene di fare un condominio di nidi nella soletta della casa sopra la nostra. Alla fine dormo senza punture ma la mattina sono un po' rattrappito dal freddo.
Dopo le lunghe abluzioni mattutine partiamo. Quando arriviamo all'altro villaggio andiamo a cercare Id. Parla bene inglese, l'avevo incontrato all'azione lungo la strada e mi aveva parlato ma pensavo fosse di Ta'yush, l'organizzazione pacifista israeliana. Ci fa sedere e ci offre l'immancabile te. Ci racconta che ha chiesto il nostro intervento perché nel villaggio vogliono costruire undici latrine. Il villaggio è abitato da beduini ed è formato da recinti coperti da tende o da blocchi di cemento di due stanze. Ma non c'è il bagno e neppure la latrina. Per i loro bisogni si allontanano nel deserto. Ma ogni tanto è successo che qualche colono ha inseguito chi cercava di fare i suoi bisogni nella landa desolata. Così vogliono costruire delle latrine tra le case del villaggio ma sono senza autorizzazione. Il villaggio è stato letteralmente circondato da una colonia israeliana che ha le sue reti di recinzione che corrono a meno di 10 metri dalle case dei palestinesi, molto più vicina di quanto sia vicino il villaggio dove è la nostra casa alla colonia vicina.
Le undici latrine verranno costruite in due fasi. Prima i palestinesi faranno i buchi per terra e poi una associazione spagnola che paga anche i lavori di scavo manderà dei volontari che in una settimana costruiranno le latrine. Ma tutto questo senza autorizzazione. Per questo Id ci ha chiamato, vuole che restiamo con loro nel caso venga la polizia ad impedirgli di proseguire lo scavo. Noi dovremo solo fare i testimoni, cosa che probabilmente già servirà ad impedire l'arresto.
Fortunatamente i lavori sono in mezzo alle case per cui la paura del giorno prima era infondata. Non saremmo rimasti al sole per tutto il giorno, anzi poco dopo che ci siamo seduti all'ombra osservando un signore basso e corpulento che maneggia un martello pneumatico arriva il secondo te della giornata.
Dopo una mezz'ora arriva una macchina della polizia della colonia che da dentro si ferma ad osservare. Gli operai continuano a lavorare seminascosti da alcune coperte ma il rumore del compressore e del martello pneumatico è molto alto. A noi ci chiedono di rimanere seduti e defilati anche se subito mi ero messo a filmare in direzione della colonia facendo il vago per arrivare a filmare l'auto della polizia. La polizia poi se ne va lasciando in ansia tutti.
Ogni tanto, quando si avvicinava qualche mezzo sospetto io e Fra tiravamo fuori la videocamera. Sembravamo due pistoleri col le loro amate pistole. Anche Id ci scherza sopra. In effetti queste telecamere per questi palestinesi sono armi potenti, che li fanno sentire sicuri.
Il resto del giorno però passa in una condizione atarassica. Nello stupore di Id non si fa vedere più nessuno, né polizia né militari. Anche volessimo dare una mano ci viene chiesto di rimanere estranei ai lavori per poter essere meglio semplici testimoni. Noi stiamo sotto una tenda a parlare con qualcuno dei figli della famiglia a cui stanno costruendo la latrina (non ne mancano perché sono 8 figlie e 11 figli) e ogni tanto ci portano un te. A pranzo ci offrono un piattone con un imbrogliata di pane arabo e verdure condite con molto olio e pecorino, molto gustoso.
A metà pomeriggio un piccolo momento di tensione perché una jeep e due humvee (grossi jeepponi militare larghi larghi) che in mattinata erano passati senza fermarsi al ritorno si fermano vicino al villaggio e i militari scendono. I palestinesi sono un po' preoccupati anche se ci dicono che per loro è una cosa abituale vedere questi veicoli fermarsi al villaggio vista la loro vicinanza alla colonia. Anche la pattuglia militare però poco dopo riparte senza disturbare il lavoro di scavo che avanza.
Intanto che siamo lì una delle bambine di quattro o cinque anni, una vera bambolina bisquit, si avvicina a me e comincia ad sfiorarmi la testa calva (che da queste parti è una vera rarità riservata solo alle persone molto anziane). Io mi metto a scherzare con lei ed arriviamo quasi a sfiorarci il naso. A quel punto però uno dei suoi fratelli di uno o due anni più grande di lei comincia a sgridarla e a darle anche dei colpi. Io cerco di dirgli di non farlo. Quando poi la bimba si riavvicina a me nuovamente il fratello riparte alla carica per allontanarla. Di nuovo cerco di dirgli di lasciarla stare ma si sente investito di un compito superiore. E la bambina si allontana con un visino che era un enorme punto interrogativo. Non so se alla fine si metterà il velo sperando di trovare un marito che la terrà in casa a lavorare e a fare figli o se invece lascerà la sua casa per emigrare in qualche altro paese in cui essere libera di relazionarsi con persone dell'altro sesso senza essere redarguita, ma sicuramente non stava capendo cosa c'era di male nella sua voglia di affetto e di comunicazione.
A tardo pomeriggio, quando il buco della prima latrina è completato e i beduini si stavano apprestando ad attaccare il secondo noi dobbiamo partire. Ci chiedono di tornare il giorno dopo e magari anche di dormire lì in modo da poter avere qualcuno anche se continuano a scavare la sera. Si vede che ci tengono molto alla presenza internazionale.
Lungo la strada Fra rimane un po' indietro e alla fine, quando gli dico che abbiamo messo 50 minuti mi dice “Un record di velocità. Meno male che avevi paura di non farcela”. In fondo un beduino si era stupito quando gli ho detto che avevo 51 anni dicendomi che me ne aveva dati al massimo 30, bontà sua, anche se in effetti i trentenni di qui sembra che abbiano 50 anni. La vita da queste parti ti consuma presto.

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Per mettersi in mezzo. (4)

18/7/09
Al risveglio ti rendi conto di quanto possa essere complicato fare le cose più semplici come lavarsi se le attrezzature non sono adeguate. Nella nostra casa manca l'acqua corrente come in tutte le case del villaggio e ti devi arrangiare con i bidoni, ma la carta igienica sporca la devi buttare in un sacchetto per non ostruire lo scarico. Dopo quasi un'ora di abluzioni alla fine mi sento ancora non molto pulito.
Per oggi gli abitanti del villaggio hanno deciso di fare una manifestazione all'ingresso della colonia. Mi dicono che alcuni giorni fa una casa palestinese in costruzione è stata danneggiata e loro suppongono siano stati i coloni. Noi li accompagneremo. Quando si è scoperto Francesco e Michele che erano appena tornati a Gerusalemme avrebbero avuto voglia di tornare per partecipare all'azione. Io invece pensavo che iniziare con una manifestazione presso la colonia non era proprio il miglior battesimo. Ma sono andato fiducioso.
Alla fine ho visto tutti: palestinesi, soldati, polizia e pacifisti israeliani. Solo i coloni hanno fatto i timidi e non si sono presentati eccetto che il loro capo della sicurezza.
I palestinesi hanno messo dei cartelli in cui chiedevano il diritto dei loro diritti umani e delle pietre ad ostruire il passaggio dei mezzi dei coloni nelle loro terre, perché, come ho scoperto dopo, nei giorni passati avevano tracciato una pista nei loro campi, presumibilmente con l'intenzione di andare ad insediarvisi. Polizia ed esercito sono rimasti a controllare e quando il capo della polizia ha assicurato che il giorno dopo avrebbe preso in esame nel suo ufficio le lamentele dei palestinesi la manifestazione si è sciolta. A prima vista sembrerebbe una vittoria di Pirro, ma in questo contesto perfino una azione simbolica di questo tipo diventa sostanziale. Ale e Fabio erano stupiti che tutto si fosse svolto così serenamente, senza pestaggi di palestinesi o arresti di pacifisti israeliani, l'hanno considerata una grande conquista del movimento nonviolento dei villaggi a est della “bypass road”, questa strada su cui possono passare solo le auto israeliane, che in 45 minuti collega a Gerusalemme contro le 2 ore necessarie per fare lo stesso tragitto lungo le strade dei territori palestinesi.
Alla fine dell'azione siamo tornati alla casa è lì l'animatore delle azioni nonviolente ha tenuto una piccola riunione per spiegare ai neofiti degli internazionali e dei pacifisti israeliani che tutti i prossimi sabati verranno organizzate delle azioni dai villaggi che nei mesi scorsi hanno fatto formazione sull'azione nonviolenta, tutti, nonne e bambini. E a tutti è stato offerto te con il timo.
Nel pomeriggio è venuto in visita lo sceicco di una cittadina vicina. Nulla di esotico, ha cinque mogli ma insegna religione nella scuola pubblica. Probabilmente era venuto per dirci come ci si deve comportare perché ha esordito spiegando che solo chi segue i comandamenti di Allah andrà in paradiso e gli altri invece andranno nel fuoco, che se in Palestina ci sonno dei problemi è perché né ebrei né cristiani né molti mussulmani seguono i comandamenti di Allah Quando gli ho fatto notare che i coloni israeliani, anche se probabilmente non dicono la verità, sono convinti di seguire i comandamenti di Dio è rimasto un po' spiazzato. Gli ho spiegato che mi piacerebbe vedere una moschea ma che non essendo mussulmano non potevo entrarci. Mi ha detto che basta leggere le scritture per diventare mussulmano e quando gli ho detto che sapevo che il Corano può essere scritto solo in arabo mi ha detto che il corano è tradotto in tutte le lingue e che se trova il CD col Corano in italiano me lo regala. Alla fine non ci ha sgridato per i nostri comportamenti ma si è messo a spiegare a Fabio che il libro di arabo che sta usando non va bene perché ci sono frasi tradotte non in arabo corretto ma in arabo “della strada”. E quando se n'è andato mentre agli altri ha stretto la mano a me ha battuto il cinque.

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28/04/08

Ecologia, nonviolenza e femminismo?

Nelle settimane scorse si è messo in moto un processo che ha portato alla formazione di una "RETE di donne e uomini per l'ECOLOGIA, il FEMMINISMO, la NONVIOLENZA".

Con tutto il rispetto per le femministe, le prime due discriminanti della rete mi trovano affine, direi quasi che mi attirano, ma la terza mi trova parecchio distante. Non sono e non intendo diventare femminista come non sono e non intendo diventare maschilista o calvista o occhio celestista, anche se nelle categorie dei maschi, dei calvi e dei cerulei io rientri a tutti gli effetti perché non trovo corretto discriminare, cioé distinguere, trattare diversamente, le persone sulla base delle loro caratteristiche fisiche. Lascio a voi definire la discriminazione basata su aspetti fisici. Con questa frase mi attirerò sicuramente le ire e l'indignazione di molti, ma non vorrei che questa mia affermazione venisse presa come una provocazione o peggio come una battuta. Non voglio negare le differenze, non voglio negare che nella nostra società vi siano discriminazioni sulla base delle caratteristiche fisiche, siano esser il colore della pelle o il sesso, ma anzi proprio per questo vorrei evitare di confermare queste anomalie pensando di contrastarle. Mi risulta ovvio che in questo frangente culturale la difesa dei diritti delle donne è ancora, e forse ancora di più, una questione cruciale, ma, come esempio per farmi capire, trovo aberrante che i Comuni, anche dietro spinte femministe, attuino"politiche di sostegno alle madri" invece che "politiche di sostegno ai genitori" principalmente perché trovo ghettizzante dare anche nel linguaggio per scontato che sia la donna ad essere aiutata, confermando implicitamente il pensiero che la cura dei figli è esclusiva competenza delle donne. E quando l'ho fatto notare ad agguerrite femministe neppure si rendevano conto che difendendo i diritti delle donne in quella maniera invece che difendendo i diritti di quelle donne in qualità di genitori realizzavano ciò contro cui loro lottavano. Se penso che nonviolenza ed ecologismo sono due facce delle stessa medaglia, non altrettanto penso riguardo alle prime due e il femminismo, mi limito a pensare alle diversità che all'interno della nonviolenza ci sono sempre state sul tema dell'aborto. Può esserci un femminismo nonviolento come può esserci una anarchia nonviolenta, ma dare per scontata la contiguità mi pare foriero di difficoltà notevoli in futuro. Vado a prendere e portare i miei figli, faccio da mangiare alla famiglia, mi prendo cura della casa regolarmente ma non sono femminista, come pure vado a lavorare, col mio stipendio contribuisco a mantenere la famiglia, guido la macchina ma non sono maschilista e mi chiedo se anche questa volta mi troverò ad essere un border line, né carne né pesce, mezzo adepto e mezzo rinnegato perché non aderisco a tutte le etichette in cui vengono ristretti i processi politici da chi lancia gli appelli? Mi dispiacerebbe molto anche perché tutto ciò che è scritto nel documento di lancio della Rete lo condivido pienamente, anche l'intenzione di essere contro il maschilismo. :-)

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20/03/08

La diarchia: un uomo e una donna

Forse puo' interessare sapere che in Italia c'e' un'associazione nelle cui regole esiste gia' il concetto di "50 e 50" tra uomini e donne. Negli scout dell'Agesci e' prevista dal 1974 la diarchia, cioe' che tutte le cariche associative devono essere coperte in coppia da un uome e una donna. Anche nel Consiglio generale i rappresentanti delle regioni devono essere eletti riservando una percentuale del 30% non alle donne ma al sesso minoritario, prevedendo anche la possibilita' che sia minoritario quello maschile. Bisogna riconoscere che nonostante cio' non e' cosi' raro che rimanga scoperto il ruolo femminile (anche se a volte rimane scoperto anche quello maschile) ma in generale entrambi i ruoli sono regolarmente ricoperti. Se tutte le associazioni di volontariato, le onlus, le ong, i partiti e tutte quelle strutture sociale che propongono l'equivalenza tra uomini e donne cominciassero ad adottare simili criteri, forse le cose comincerebbero a migliorare e sarebbe piu' facile e credibile proporlo anche in contesti piu' generali come i parlamenti e le elezioni.

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